Economia

La crisi di Coin si aggrava: lo storico punto vendita di Roma è sotto sfratto

sfratto negozio Coin Cola di Rienzo
Sfratto Coin Cola di Rienzo - Ominroma.it

Il negozio Coin di via Cola di Rienzo chiuderà il 4 aprile. Stavolta non è una voce che circola tra i corridoi o un’ipotesi legata al calo delle vendite. C’è uno sfratto esecutivo e una data fissata. Per chi vive o lavora a Prati è un pezzo di quartiere che se ne va.

Dopo le chiusure di Porta di Roma e Lunghezza, la situazione nella Capitale si fa ancora più pesante. Coin, marchio storico del commercio italiano, perde un’altra vetrina nel centro città. E non una qualsiasi. Il punto vendita di Cola di Rienzo è sempre stato un riferimento, per chi cercava abbigliamento, casa, cosmetica senza allontanarsi dal centro. Per molti romani era semplicemente “il Coin di Prati”. Ora non lo sarà più.

I numeri che preoccupano

All’ultimo incontro con i sindacati è emerso un quadro che lascia poco spazio all’ottimismo. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs parlano di un andamento “fortemente critico”. Nel 2024 il gruppo ha chiuso con una perdita di 35 milioni di euro a livello di margine operativo lordo. Nel 2025 le vendite sono andate peggio rispetto al 2024. Meno ingressi nei negozi, meno acquisti. I nuovi layout, i restyling, i cambi di concept non sono bastati.

A settembre 2025 c’era stato un aumento di capitale. Doveva servire a rimettere in carreggiata l’azienda. Ma i conti, almeno per ora, raccontano altro. Le organizzazioni sindacali mettono in dubbio la tenuta del piano di risanamento e parlano apertamente di una ritirata strategica: si chiudono negozi a Roma, Milano, Verona. Non sembra l’inizio di un rilancio.

Sessantasette lavoratori con il fiato sospeso

A Roma sono 67 i lavoratori a rischio. Non parliamo di contratti temporanei o di personale assunto da pochi mesi. Molti hanno oltre vent’anni di anzianità. Hanno visto cambiare direttori, collezioni, allestimenti. Ora vedono il proprio posto di lavoro diventare incerto.

Oltre alla chiusura di Prati, l’azienda ha prospettato l’uso di ammortizzatori sociali anche per altre sedi romane, tra cui Cinecittà e San Giovanni. Si parla di strumenti di flessibilità, di cassa integrazione. A livello nazionale la stessa situazione riguarda Mestre e Firenze.

Per chi lavora lì non è una questione di numeri di bilancio. È la rata del mutuo, l’affitto, i figli all’università. È la paura concreta di dover ricominciare a cercare lavoro a cinquant’anni.

La richiesta di un tavolo al Mimit

I sindacati hanno chiesto con urgenza un confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Vogliono chiarezza sul piano industriale e garanzie occupazionali. Dicono che non si può parlare di rilancio mentre si chiudono negozi storici e si scarica il peso della crisi sui dipendenti.

La parola chiave, in questo momento, è trasparenza. Perché la sensazione, tra i lavoratori, è che le decisioni arrivino dall’alto quando ormai sono già prese.

La versione dell’azienda

Il gruppo Coin parla di “transizione necessaria”. Dopo la messa in sicurezza con la nuova compagine azionaria e l’aumento di capitale, ora si entra nella fase operativa del risanamento. Gli interventi sulla rete, dice l’azienda, riguardano punti vendita con perdite strutturali o colpiti da fattori esterni, come lo sfratto di Prati.

Coin assicura che l’obiettivo è evitare licenziamenti collettivi e mantenere il pieno livello dell’impiego attraverso ammortizzatori sociali. Annuncia investimenti per almeno 10 milioni di euro per riqualificare e ottimizzare la rete, e nuove partnership commerciali per rafforzare il marchio.

Parole che, però, al momento si scontrano con le saracinesche che si abbassano.

I romani perdono un punto di riferimento

Per i clienti abituali significa perdere un punto di riferimento. Per il quartiere significa meno passaggio, meno indotto, meno vita commerciale. Ogni grande negozio che chiude in centro lascia uno spazio vuoto che difficilmente si riempie in fretta.

La crisi di Coin non è solo la storia di un’azienda in difficoltà. È un segnale più ampio sullo stato del commercio tradizionale, schiacciato tra affitti elevati, calo dei consumi e concorrenza online. A Roma, come altrove.

Il 4 aprile si chiuderà una porta. Resta da capire se sarà un sacrificio temporaneo per ripartire o l’ennesimo capitolo di una lenta uscita di scena. Intanto, per 67 persone e per un pezzo di città, l’incertezza è già realtà.

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